I Ching: un cammino attraverso i millenni. Storia del Libro dei Mutamenti
I Ching: un cammino attraverso i millenni. Storia del «Libro dei Mutamenti»
Tra tutti i grandi testi che l'antichità ci ha lasciato, pochi possono competere, per profondità, enigma e influenza, con il Libro dei Mutamenti cinese — l'I Ching. Non è soltanto un trattato filosofico, né un manuale di divinazione qualunque. È il tentativo di una mente antica di codificare l'universo, di inscrivere l'infinita mutevolezza della vita in un sistema matematico e simbolico rigoroso.
La sua storia non fu scritta da una sola persona. Si formò nel corso dei secoli, assorbendo miti, il sudore dei governanti, la sapienza dei filosofi e la cenere delle biblioteche bruciate.
Capitolo 1. Il carapace della tartaruga e lo sguardo verso il cielo
Secondo la tradizione cinese, la storia dell'I Ching comincia molto prima della scrittura, nell'età del mitico imperatore Fu Xi (intorno al 2800 a.C.). La leggenda racconta che un giorno il sovrano si trovava sulla riva del Fiume Giallo. Studiava i disegni del cielo stellato, le orme degli uccelli sulla sabbia, le linee delle montagne e il corso delle acque. D'un tratto, dal fiume emerse un mitico cavallo-drago, sul cui dorso erano incisi segni strani.
Illuminato da quella visione, Fu Xi creò gli otto trigrammi (ba gua): combinazioni di tre tratti continui (Yang) e interrotti (Yin). Quegli otto simboli divennero l'alfabeto del cosmo: Cielo, Terra, Tuono, Vento, Acqua, Fuoco, Montagna e Lago. In essi era racchiusa l'intera natura delle cose, che fluisce da uno stato all'altro.
Secoli dopo, sotto la dinastia Shang, i sacerdoti usavano questi concetti per divinare. Scaldavano verghe di bronzo e le premevano contro i carapaci di tartaruga e le scapole di bue; nelle fessure che si formavano leggevano la volontà del Cielo. Era l'epoca di una magia cruda e primitiva, il terreno da cui doveva nascere un grande testo.
Capitolo 2. Il prigioniero che creò un universo
Il libro assunse la forma classica, composta di esagrammi (sei tratti), in uno dei periodi più cupi della storia cinese, al declino della crudele dinastia Shang (intorno al 1046 a.C.).
Il signore delle terre occidentali, il re Wen, uomo di vasta intelligenza e di giustizia, attirò l'ira del tiranno Di Xin. Wen fu gettato in prigione nella città di Youli. Gli anni di reclusione avrebbero potuto spezzargli la mente; invece il prigioniero si volse verso la libertà interiore.
Nella penombra della cella, Wen prese gli otto antichi trigrammi di Fu Xi e cominciò a sovrapporli. Otto per otto: nacquero 64 esagrammi. Ciascuno descriveva una situazione concreta della vita, una fase di crescita o di declino. Wen diede loro un nome e scrisse, per ognuno, aforismi brevi e nebulosi, pieni di allusioni poetiche a draghi che guadano il fiume e a pozzi senz'acqua.
Più tardi suo figlio, il duca di Zhou, completò l'opera del padre. Redasse interpretazioni per ogni singolo tratto (yao) all'interno degli esagrammi. Così la magia delle fessure sui carapaci divenne lo Zhou Yi — i «Mutamenti [dell'era] Zhou», un testo ricco di morale e di strategia.
Capitolo 3. Ali per il drago
Passarono i secoli. Giunse l'epoca delle Primavere e degli Autunni: tempo di guerre e di fioritura della filosofia. In quel periodo il più grande saggio della Cina, Confucio (Kongzi), si volse al Libro dei Mutamenti.
La tradizione dice che Confucio studiò l'I Ching con tale assiduità che le strisce di cuoio che legavano le tavolette di bambù del rotolo si logorarono e si spezzarono tre volte. Prima di Confucio, l'I Ching era soprattutto un oracolo. Dopo di lui divenne un profondo sistema filosofico.
Si attribuisce a Confucio e ai suoi discepoli la redazione dello Shi Yi — le «Dieci Ali». Sono commentari che rivelavano il senso nascosto degli esagrammi attraverso la morale, il dovere, la cosmologia e l'intreccio di Yin e Yang. Le «Dieci Ali» sollevarono l'I Ching fino al cielo, trasformando un manuale di divinazione con steli di achillea in uno specchio dell'armonia universale.
Capitolo 4. Il fuoco e la cenere dell'impero
Nel 213 a.C. il crudele unificatore della Cina, l'imperatore Qin Shi Huang, decretò un ordine che fece tremare tutti gli eruditi: bruciare ogni libro filosofico e storico, affinché la storia cominciasse soltanto con lui. Migliaia di rotoli divennero cenere; centinaia di studiosi furono sepolti vivi.
Ma l'I Ching sopravvisse.
Il decreto imperiale conteneva una piccola eccezione: i libri di medicina, di agricoltura e di divinazione non dovevano essere distrutti. Poiché il Libro dei Mutamenti figurava negli archivi come opera mantica, fu risparmiato. Grazie a quel dettaglio burocratico, uno dei più grandi monumenti del pensiero attraversò il genocidio culturale e giunse alla dinastia Han, dove fu canonizzato tra i classici più importanti del confucianesimo.
Capitolo 5. Il viaggio verso Occidente e il codice binario
Gli europei incontrarono l'I Ching nel XVII secolo, attraverso i missionari gesuiti. Quell'incontro ebbe conseguenze sorprendenti per la scienza occidentale.
Il grande matematico Gottfried Wilhelm Leibniz, creatore del sistema numerico binario — fondamento di tutti i computer moderni — ricevette un giorno una lettera dal gesuita francese Joachim Bouvet. In allegato c'era un diagramma degli esagrammi dell'I Ching. Leibniz ne fu colpito: nell'alternarsi di tratti continui e interrotti vide un'illustrazione perfetta del proprio sistema binario, zeri e uni. I saggi cinesi, senza saperlo, avevano descritto matematicamente il mondo millenni prima della nascita dell'informatica.
Nel XX secolo il libro conobbe una nuova fortuna in Occidente grazie alla traduzione di Richard Wilhelm. Lo psicologo Carl Gustav Jung, che ne scrisse la prefazione, vi vide una conferma della sua teoria della sincronicità: coincidenze significative legate non da causa ed effetto, ma da un senso interiore profondo.
Conclusione: il mutamento eterno
Oggi, a più di tremila anni di distanza, il Libro dei Mutamenti riposa ancora sugli scaffali di milioni di persone. Capi d'impresa lo consultano per uno sguardo strategico, scrittori vi cercano ispirazione (come fece Philip K. Dick scrivendo La svastica sul sole), psicologi e filosofi ne esplorano la sapienza.
L'I Ching ci insegna la legge più grande dell'universo, che afferma, in modo paradossale: l'unica cosa che in questo mondo resta costante è il mutamento stesso. E finché il mondo continuerà a mutare, gli antichi esagrammi del re Wen continueranno a rifletterne la danza infinita di Yin e Yang.